Gioia e rivoluzione: Philippe Daverio a Padova

PhilippeDaverio1A propormi di andare all’incontro con Philippe Daverio è la stata la redazione di RadioBue, una delle più importanti esperienze giornalistiche che sto vivendo nell’ultimo periodo. Alcuni accrediti stampa sono stati messi a disposizione per partecipare al Vintage Festival di Padova: io mi sono immediatamente dichiarata interessata a Satyricon Postmoderno, il workshop tenuto proprio da Daverio. Un po’ per il nome (adoro Petronio, lo trovo un autore fenomenale e brillante), e un po’ per lui. Sarò sincera: lo conoscevo molto poco. Non ho mai guardato Passepartout, nè tantomeno Emporio Daverio, dato il mio difficile rapporto con la televisione (che mi spinge ad accenderla solo per guardare cavolate in momenti di estrema difficoltà).Di sicuro, però, c’era qualcosa in lui che mi colpiva, ed avevo voglia di approfondire.

Arrivo al Vintage Festival, al Centro Culturale San Gaetano di via Altinate, praticamente correndo sotto una pioggerellina leggera, con la bici di Irene, dopo un’ora e mezza di buona lettura in treno.  Mi colpisce immediatamente la quantità di gente presente: Padova, che la domenica si spopola completamente, si trova misteriosamente ad essere piena di gente. Mi faccio strada tra la folla: borbotto «Avrei l’accr…» alla security all’ingresso, ma prima di finire la frase sono già entrata. E lì la notizia: Daverio tiene il suo workshop in una saletta interrata. Mi trovo immediatamente assiepata in una folla di gente incavolata e comprensibilmente stanca: quando mi accodo a delle altre giornaliste per passare, saltando tutta la coda, sento su di me gli sguardi della gente come se volessero linciarmi.

Tutto sommato, arrivo in sala illesa. Mi accomodo nell’ultimo posto in prima fila rimasto e attendo. Provo a twittare qualcosa, da brava nerd, ma il telefono è morto e il wifi non prende. Ed ecco la notizia: «Il professor Daverio sta arrivando, si è fermato a fotografare la gente per strada. Ha intenzione di fare una mostra».
E finalmente arriva: «Scusate, ma certi personaggi meriterebbero una visibilità pubblica».

Ironico, profondo e sottilmente geniale: segue una delle più interessanti conferenze che abbia mai seguito. Non ho perso una singola parola: mi sono letteralmente bevuta tutti i concetti che uscivano dalla sua bocca. Si parla di bellezza, di convenzioni sociali, di gusto: «Il buonsenso porta spesso alla perversione. E’ meglio il senso del buonsenso, è meglio il gusto del buongusto. Il bello e il brutto sono la risultanza di un accordo sociale, dove tutti i comportamenti sono standardizzati ed è tollerata solamente l’eccentricità codificata». In poche parole, Daverio ha condensato l’essenza del pensiero moderno. Si passa poi per la sua infanzia: «In casa mia si parlava solo alsaziano, oggi so le cinque lingue base dell’Europa ma ho fatto una gran fatica, da bambino, a imparare il francese». E ancora: «Le lingue sono come una canzone: bisogna imparare a cantarle».

Esco dalla sala piacevolmente arricchita, e la mia prima azione è andare alla Feltrinelli a cercare libri di Philippe Daverio. Nella mia eterna indecisione, ovviamente non compro nulla, ma la passeggiata mi serve a schiarire le idee. Una conferenza dove sono state dette tante verità, e dove è stata compiuta un’analisi dell’uomo moderno profonda e mai scontata. Una conferenza dove si è parlato di arte senza cadere nella modalità accademica, e che per il suo spirito ha saputo catturare tutti i presenti. Al liceo, una professoressa ci aveva chiesto: «Oggi, per voi, come si è trasformata l’immagine dell’intellettuale?». Philippe Daverio è l’immagine del moderno intellettuale: di una certa età, stravagante, con un legame profondo con il passato… ma ecco il segreto: un pensiero più giovane di tutti i giovani. «Voglio essere tolto di mezzo per rivoluzione… non per pensionamento».

Il rumore della musica quando è settembre

Potrei cominciare questo post in un milione di modi. Potrei banalmente sottolineare il fatto che non scrivo da un bel po’, quasi due mesi, e che ho lasciato passare l’estate quasi inosservata.
Potrei raccontarvi, da brava universitaria, di tutte le «non-estati» che animano gli studenti di tutte le facoltà. Delle mitiche due settimane di vacanza in cui la vita torna a sorridere, e del difficile studio nel mese di agosto.

Potrei parlarvi dei luoghi che ho visto e di quelli in cui sono tornata. Potrei parlarvi di Urbino, dove ho stranamente dimenticato la macchina fotografica e dove si può dire che abbia veramente staccato la spina da un anno a questa parte. Potrei raccontarvi delle stradine a gradoni sempre in salita, della bianca spiaggia di Numana, dei piattoni di passatelli a Gallo di Petriano, delle conoscenze vecchie e nuove, della città spopolata dopo la partenza degli studenti, di San Marino, dei marchigiani «puliti» e dei marchigiani «zozzi». Potrei parlarvi del fatto che trovo divertentissimi i video in cui uno svedese metallaro cucina con una rabbia rara (aka Regular Ordinary Swedish MealTime), delle riflessioni sui problemi alimentari e dei giochi di prestidigitazione (faccio fatica anche a scriverlo, figuriamoci a dirlo).

Potrei raccontarvi del mio viaggio a Capo Palinuro, dove dodici ore di viaggio non mi hanno spaventato e non mi hanno trattenuto dall’apprezzare le bellezze della Campania. Potrei dirvi di una pianta di basilico chiamata Enea, delle grotte nascoste nelle rocce, delle fughe dal residence e di un festival sperduto nel nulla che mi ha ricordato tanto i Buskers, dove non torno da anni. Potrei raccontarvi di come sia dolce che le mie amiche abbiano regalato, a me che sono sempre a dieta ma che non sono mai a dieta, un pigiama con torte e pasticcini. Potrei parlarvi dell’onda che mi ha travolto, del gusto della frittura di pesce dopo una giornata al sole, di quattro persone che studiano quasi agli antipodi dell’Italia ma che sanno sempre come ritrovarsi. 

E avrei tanto da dire anche di Verona, dove non passavo più di tre giorni da un bel po’. Ma non solo, potrei anche parlarvi di tutti i film che ho visto quest’estate, di La grande bellezza, che mio malgrado mi è rimasto impresso. Oppure della toccata e fuga nei luoghi della mia infanzia (prima al lago di Garda, poi in val di Sole), dove sospetto di aver lasciato un bel pezzo di me e da cui non riesco a stare lontana troppo a lungo. Del fatto che ho ripreso ad ascoltare tantissima musica e che fra un po’ il mio iPod soccomberà e dichiarerà forfait. Oppure del mio nebuloso futuro, di quello che dovrò decidere di fare nei prossimi anni, dei mille interrogativi che ogni tanto mi assillano e delle cose fondamentali che mi riportano ancora qui.

In realtà non ho scritto questo post per fare nulla di tutto ciò. Ho scritto perchè alla fine la penna è ancora il mio palliativo principale, e sono stata un po’ felice e un po’ triste di scoprirlo. Quello di cui avrei voluto parlare qui è ancora una volta dei tempi andati, delle vecchie amicizie, di rapporti che non esistono più ma che sono stati, e dei diari che non ho più scritto. Quello che avrei voluto dire è che sono ancora qui, e che sto aspettando una svolta che deve ancora arrivare e che mi servirà per sconfiggere la nostalgia.
In realtà non scriverò un post di questo tipo, perchè aggrapparsi a ricordi alla deriva è dolce ma non è sano. In realtà continuo ad avere bisogno di leggerezza. Ed in realtà credo di aver voglia di scrivere un po’ più spesso, e di ritagliarmi un po’ di tempo, ogni tanto, per raccontare di me, dato che a parole lo trovo così difficoltoso. Ora ti vedo di nuovo: bentornata.

Con quel viso, con quegli occhi

31_55_are_f1_1046_a_resize_526_394A me i visi scavati piacciono molto.
Me ne sono accorta guardando La migliore offerta di Tornatore, poco tempo fa. Il film mi è davvero piaciuto molto, penso sia uno dei più belli che ho visto nell’ultimo periodo: nel finale ho pianto come una fontana, anche se le ultime immagini erano più terribili che commoventi (MA non vi dico niente nel caso non l’abbiate visto, perchè è uno di quei film che uno spoiler può decisamente rovinare). Mi sono resa conto di sentirmi magneticamente attratta da Geoffrey Rush. Non saprei, forse era il suo sguardo buono e segnato dalla vita a commuovermi.

Manuel_Agnelli_foto_di_Luca_Carlino_rid-0Un altro che mi fa questo effetto è Manuel Agnelli. Sono molto legata agli Afterhours: su di me hanno sempre avuto un effetto catartico. Quello che mi colpisce, in questo caso, è l’espressione. L’espressione che ha visto tante cose e che ne grida altrettante. L’espressione che mi dice contemporaneamente “c’è solo sangue” e “non è niente, non è per sempre”, esattamente come fanno nelle loro canzoni. Strana sensazione.

E poi ci sei tu, misterioso attore francese con cui ho scattato una foto a Padova, dopo aver visto un film con te. Non sei oggettivamente bello, ma la tua interpretazione e l’intensità del tuo sguardo hanno comunicato con qualcosa in fondo alla mia gola. Senza bisogno di nessuna parola.

Le Tre: Le grandi delusioni (ovvero oggi siamo di buonumore)

Mai avere aspettative… mi diceva un mio amico, tanto tempo fa. Scusate la lunga assenza, è dovuta ad esami e troppi, troppi impegni. Ritorno con una classifica.
Una classifica? Sì, una classifica.n Un podio. Un post a punti. Insomma, uno di quei pezzi che tanto vanno adesso. Ebbene, sarà un certo humor nero che mi accompagna durante la sessione di esami, ma questa è una classifica delle più grandi delusioni artistiche e informatiche dell’ultimo periodo. Ovvero, quando si va tutti convinti a vedere, a sentire, a cercare qualcosa di cui stanno parlando tutti, e da cui si torna profondamente delusi. Il che dimostra che le mode del momento non reggono granchè. Partiamo quindi con questa classifica-da-troppe-aspettative.

NUMERO 3«Paperman», Walt Disney
Paperman_still_1
Vedo già le vostre reazioni: «Ma come?? Tu che sei così amante dei cartoni animati, ed in particolare di questo genere di cartoni animati??». Ed infatti è stata una delusione lieve, è all’ultimo posto. Sì, è vero, amo profondamente i cartoni animati, ed in particolare quei cartoni un po’ nostalgici, romantici e teneri che hanno contraddistinto la Disney Pixar negli ultimi anni. Adoro Wall-E, mi piace un sacco Up, ho pianto come una fontana davanti a Toy Story 3, per capirci. E invece Paperman è stato un po’ una delusione, non mi ha colpito come credevo.
Paperman è uno short film, una storia d’amore impossibile: lui e lei alla stazione dei treni, come in un perfetto classicone romantico. Lei se ne va, lui la segue con lo sguardo e fa di tutto per ritrovarla. Quando la vede nel palazzo di fronte al suo, lui si mette a lanciare aeroplanini di carta nel tentativo di attirare la sua attenzione. E fin qui tutto bene, filmato tenero e romantico, baci-abbracci-lacrime. Nel momento in cui lui, sconfortato, lancia l’ultimo aeroplanino, questo vola improvvisamente a 10mila metri di quota per poi planare in un vicolo, dove si trovano tanti altri origami di carta. Questi, non si sa bene perchè e come, prendono vita e si mettono a cercare il loro padrone. Lui si trova davanti un muro di aeroplanini pronti ad infilzarlo, che pian piano lo riportano da lei, e con un lungo sguardo il filmato si chiude.
Ora… l’idea degli aeroplanini è buona, ma il vedere tutti questi pezzetti di carta che rincorrono un tizio toglie ogni tenerezza al finale del video, distrae lo spettatore, che si chiede perchè. Comunque, è vero anche che Paperman è stato sviluppato per mostrare una nuova tecnica di produzione dei cartoni animati, non tanto per la storia in sè. Quindi, ben venga il ritorno della Disney! Lo aspetto, anche se non ho apprezzato Paperman come tanta altra gente.

NUMERO 2: Florence + The Machine
1f5ded4616901e2192900bec017adc84Non guardatemi così. No, neanche tu che li ami tantissimo.
Non-ce-la-posso-fare. La voce di Florence è potentissima e particolare… ma non mi piace! Mi inquieta. Mi agita. Help! Sono andata a cercarli su YouTube con grandi aspettative, me ne avevano parlato tantissimo, ma non ce la posso fare.
E dal momento che siamo in periodo di Oscar e di Pizze di Legno (spam! Ascoltate La Pizza e l’Elzeviro, il nuovo programma radiofonico che conduco assieme ad Erika)… a Florence va il premio “troppo”. Sorry.  Dog Days are over.

NUMERO 1: Le promozioni della Tim
Ho avuto Tim prima che diventasse mainstream. 13 anni (eh sì, alla mia veneranda età il cellulare si riceveva per gli esami di terza media), un operatore diffuso in famiglia, un trauma infantile (mica tanto) nello scoprire che i messaggi gratis erano diretti solamente verso i Vodafone. Di conseguenza, dopo un paio d’anni di strenue resistenze e di partito preso, ho deciso di passare a Vodafone e di accodarmi al gregge.
Ora è l’assoluto contrario: ho ancora Vodafone e tutti stanno passando a Tim. A parte il fatto che a casa mi scannerebbero, perchè abbiamo tutta una serie di promozioni incrociate e se cambiassi operatore si scombinerebbero tutti i piani… avevo Tim, sono passata a Vodafone e ora pretendete che passi di nuovo a Tim? Vediamo se veramente ne vale la pena.
E no, sono arrivata alla conclusione che non ne vale la pena. Più o meno allo stesso prezzo, Tim offre alcuni minuti al mese di chiamate gratis, che sono compensati dai messaggi illimitati della Vodafone. Come potete leggere nella mia bio, odio stare al telefono. E quindi, che Vodafone sia, almeno per il momento. Insomma, visto l’entusiasmo mi aspettavo qualcosa di molto più eclatante.

Le Tre, aka “vediamo se i post a punti funzionano”.

Questo è il Due Zero Uno Tre

C’è uno status di Facebook, tra i miei amici, che è emblematico.
«Buon Anno un cazzo, ho mal di testa e ho dormito malissimo».
Ecco, credo che più o meno ci ritroviamo tutti in queste condizioni, dopo i bagordi di ieri sera! Anche se, nel mio caso, non si può parlare di veri e propri bagordi… è stato un 31 dicembre tranquillo e pacifico, dopo il solito snervamento per trovare qualcosadifigo da fare. Che poi, si è capito perchè si deve esattamente trovare qualcosa da fare? Altro luogo comune, i Capodanni migliori sono quelli da cui non ci si aspetta nulla, assolutamente nulla.

Che dire, il 2012 è stato un anno difficile, devo dire che ho trovato pochissime persone soddisfatte di come sono manif_lightbox_11andati questi dodici mesi. Sì, lo so, c’è una vocina nella mia testa che continua a ripetermi: «Sì, Chiara, però hai avuto periodi peggiori, e sinceramente non ti puoi lamentare». Come al solito, il mio Grillo Parlante interiore ha ragione. Il 2012 è stato un anno di progetti e sogni, insieme al 2011 si può considerare “l’anno del fare”. E tanti sogni e tanti progetti portano con sè sia grandi speranze, sia delusioni e preoccupazioni. Ci sono state situazioni di difficoltà, sono dimagrita di quattro chili (per poi riprenderli, temo, in queste feste di Natale), ho studiato e lavorato con pochissima pausa. Ho capito che vivere serenamente dipende sia da sè, sia dalle persone che si hanno intorno. E che ogni scrematura nei rapporti lascia sempre quegli amici più cari, che sono sempre lì, sempre intorno a te, a proteggerti. Non è detto che ci saranno sempre. Ma, fino a questo punto, ci sono stati per tanti anni.

Sì, ieri sera mi sono resa conto che conosco veramente delle persone meravigliose. Persone che sono sopravvissute agli imprevisti, alla forza dei pettegolezzi, alla lontananza. E mentre altre vacillano, loro sono tutti schierati e pronti ad intervenire. Persone con cui sono estremamente felice di passare il Capodanno e di salutare un nuovo inizio che arriva.
I Maya, oltre che di catastrofe, parlavano anche di una nuova era di pace e prosperità. E che arrivi!!

Ho già mandato sms a chi di dovere durante i brindisi capodanneschi. Volevo, con questo post, rinnovare a tutti voi che state leggendo i miei auguri di buon anno, di un 2013 luminoso e sereno. E vi auguro veramente, con tutto il cuore, che sia così. Che i sogni non si infrangano e che ci sia sempre un obiettivo, lontano ma non irraggiungibile, a spingerci. Che anche in questi tempi duri possa esserci spazio per seguire la propria strada.
Il mitico Paolo Fox mi dice: «Keep calm and carry on», per il nuovo anno. Speriamo. E’ l’augurio che rivolgo anche a me stessa.

Auguri di un 2013 meraviglioso, amici!

Vorrei, ma non posso

Il solito tran tran e la vita di tutti i giorni. Tutte quelle piccole cose che creano la routine di una giornata: i piccoli problemi, le mille cose da fare, la stanchezza, i rapporti con le altre persone. E dal momento che ho un esame domani e cerco qualcosa per rompere la monotonia e l’agitazione della “sera prima”, mi sono ritrovata a chiacchierare con degli amici sull’argomento che sta prendendo i media da tanto tempo e che in questi giorni si è fatto più pressante.

Eh, sì, mi ci metto anche io! La fatidica data dei Maya si avvicina: il 21 dicembre 2012 sarà il giorno dello sconvolgimento e dell’inizio di una nuova era. Questa frase è stata interpretata immediatamente come un’avvisaglia della fine del mondo: da brava ex-grecista, tuttavia, so che la parola “catastrofe” nelle lingue antiche non indica necessariamente una tragedia, ma si può più semplicemente tradurre con “cambiamento” (e che cavolo, mica ho fatto cinque anni di versioni per niente!). Senza voler entrare in merito delle varie supposizioni ed ipotesi… quello che più mi ha colpito è stata una frase, detta quasi per caso: «Ma se il 21 dicembre finisce il mondo, perchè cavolo dobbiamo stare qui a studiare?».

Già, è nata per caso, da una banale frase detta per scherzo. Di colpo mi sono apparsi davanti agli occhi tutti i “vorrei-ma-non-posso” che attanagliano proprio le giornate comuni di cui sopra. E non parlo di cavolate come l’esame, ma di qualcosa di più.
Io, cosa vorrei, ma non posso?

Vorrei passare qualche mese all’estero. A parlare inglese, a ripassare tedesco, a vedere com’è la vita fuori di qui.
Vorrei provare l’ebbrezza di tagliarmi i capelli cortissimi.
Vorrei fare un giro come si deve nel Sud Italia, ancora non l’ho visitato bene.
Vorrei fare un corso di fotografia e imparare a usare bene quella macchinetta che il mio papi mi ha regalato quando ho compiuto diciotto anni e di cui non conosco ancora tutte le potenzialità.
Vorrei farmi un giorno intero sotto le coperte, con una tazza di tè e un buon libro in mano.
Vorrei andare in Sud America, e questo da molti anni.
E questo solo per cominciare.

E se d’improvviso buttassi all’aria tutti i “non posso” e facessi tutte queste cose assieme? Devo dire che l’idea mi alletta!

I battellieri del Moldava

Praga, Praga, Praga, Praga. Due giorni di ossigeno in mezzo allo stress di mesi e mesi di studio. Un viaggetto che proprio mi ci voleva, per rilassarmi e tirare un po’ il fiato. Ora ve lo racconto. Vi racconto la mia Praga, quella che ho vissuto in questi tre brevi giorni. Magari vi invoglierò a visitarla: sappiate che merita.

Praga vicina. Treviso Canova – Praga Vaclav Havel è un viaggio di cinquanta minuti scarsi. Sali in aereo, apri la Settimana Enigmistica, e non appena hai fatto due o tre schemi alzi lo sguardo e stai già atterrando. Praga che sembra così lontana, e invece è poco dopo Vienna.

Praga lontana. E’ una città orientale, poco da dire. Tutti gli edifici, il suo stesso profilo sono permeati da un sapore diverso dalle realtà urbane che siamo abituati a conoscere. La torre dell’orologio nella piazza principale dello Stàre Mèsto, ossia la Città Vecchia, sa di oro, di incenso e di misteri astrologici. Il castello di Praga, sebbene circondato dalle ambasciate di tutta l’Unione Europea, sa di magnificenza. Il cimitero ebraico sa di lutto e di inquietudine, ma con un retrogusto diverso.  L’Opera non sa di balletti e spettacoli come quella di Parigi, ma di un antico sentore gitano. Insomma, quello che conosciamo visto sotto un’altra luce.

Praga fredda. Arrivare in una tempesta di neve, nonostante fossimo a fine ottobre, è un’esperienza traumatica. Io soffro molto il freddo, anche se adoro la neve: d’inverno mi potete comunemente trovare in qualunque punto della casa sia vicino ad un termosifone, avvolta in un plaid, con una tazza di tè e un libro sulle gambe. Figurarsi a Praga! Meno cinque gradi, ed è solo autunno! Per passarci qualche giorno, basta coprirsi molto bene, munirsi di guanti e sciarponi, tirare un bel respiro e buttarsi nella mischia. Viverci… oddio…  solo con un ottimo impianto di riscaldamento! Ci siamo guardati, e i nostri occhi hanno riso dicendo: «Pensa se avessimo deciso di venire a dicembre…».

Praga commerciale (?). Al diavolo quelle dannate magliette “Praha Drinking Team” che ha chiunque, ma proprio chiunque sia passato in Repubblica Ceca. Al diavolo le leggende sulla città della droga, della prostituzione e dell’alcool facile. Le bellezze di Praga sono altre. E’ vero che la birra costa meno dell’acqua e che si trova un negozio di souvenir del genere ogni piè sospinto, ma la vera essenza della città non è così “pop”. E’ qualcosa di intimo e profondo, una malinconia velata che si sostituisce alla pace. Qualcosa che suona come “Il bel Danubio blu”, anche se lo so, non è il Danubio quello che attraversa Praga, ma il Moldava. Ci siamo anche stati in battello.

Praga monetaria. Forse sarà il recente ingresso della Repubblica Ceca nell’Unione Europea, ma io ero convintissima ci fosse l’euro. E invece no. Surprise! Corone ceche! Mille monetine nel portafoglio che ti fanno sentire molto ricco, anche se in realtà corrispondono a pochi soldi.

Praga città ideale. Premessa: il weekend scorso sono stata in Repubblica Ceca. Repubblica Ceca, non Germania della Merkel o USA di Obama. Ed ecco quello che ho visto. I mezzi pubblici funzionano benissimo: sono grandi, economici, efficienti, tanti e sempre in orario; si arriva praticamente dappertutto. L’inglese è diffusissimo: anche la vecchietta che sta alla bancarella di hamburger lo sa bene. Sempre più industrie e grandi negozi stanno spostando le loro sedi a Praga. Chiediamoci perchè in Italia funziona tutto peggio. Perchè gli autobus sono sempre in ritardo, piccoli e sporchi; perchè nessuno si degna di imparare un’altra lingua; perchè, grazie a questa crisi, tutti stanno fuggendo e nessuno investe. Io amo profondamente il mio paese, ma quando, appena tornata, Trenitalia mi appioppa un ritardo di cinquanta minuti per la sola gerarchia regionale-Eurostar, mi viene veramente voglia di trasferirmi all’estero.

Praga letteraria. Praga di Kafka, Praga di Rilke, Praga teatro di storie mai scritte.

In poche parole, solo Praga, e quello che mi è rimasto.

Bene, bravo, hai talento, farai strada, bella voce, ma per me è no!

E oggi parliamo di televisione. Già, quella piccola e misteriosa scatola nera che guardo poco, così poco! Nella mia casa di Verona, praticamente non è mai accesa. Ogni tanto, nella sonnolenza post-pranzo, capita che guardi qualche tg: invece, l’overdose di computer non manca mai (questa facoltà mi sta rendendo leggermente nerd).
Diverso è il discorso per quanto riguarda Padova. A dire il vero, la mia vita coinquilinica mi porta spesso a condividere dei momenti in cui tutti, in salotto, guardiamo affascinati (chi più, chi meno) lo schermo. Le mie compagne di appartamento mi stanno proponendo la visione di “Grey’s Anatomy“, che non avevo mai visto prima, e che mi sta facendo scoprire il fascinoso nonsense del cominciare a vedere un telefilm partendo dall’ultima serie, di cui magari vi parlerò in seguito. Ma non era questo che volevo dire.

Ebbene sì: è appena ricominciato, come fare a non parlare di X-Factor? Giunto ormai alla sesta edizione, il talent show è più seguito che mai: il programma vero e proprio è preceduto da un’interminabile serie di provini, che dovrebbero portare i nuovi concorrenti sul palco.
E sì, dura la verità, anche io sto seguendo le varie fasi di eliminazione, in attesa dell’apertura ufficiale di X-Factor. Io, che solo due anni fa ero tra le persone più contrarie di questo mondo a qualsiasi forma di reality show, ed a X-Factor in particolare. Perchè ora lo tollero, e non solo, lo guardo? Cosa mi è successo? Andiamo a vedere, e non sarà piacevole.

Per prima cosa, ovviamente ho scoperto X-Factor a Padova. Al liceo già molti lo guardavano, e non riuscivo a capacitarmi di come tante persone intelligenti che conoscevo fossero state prese dal vortice della trasmissione, negli anni d’oro (?) di Morgan e Mara Maionchi. Come mai tanta gente passava le serate a vedersi le puntate di un programma tanto commerciale e stupido? In più, non ho mai sopportato nè Morgan nè la sua spocchia. Giunta nella padovana città, è stata la mia ex coinquilina (la stessa persona grazie a cui ho scoperto un’altra perla che allieterà uno dei prossimi post, Real Time) a farmi vedere per la prima volta una puntata. Mio malgrado, l’ho guardata fino in fondo, e sono tornata su Rai Due ancora, e ancora, per vedere chi avrebbe vinto. L’anno scorso hanno spostato, con mia somma gioia, il programma su Sky, salvo poi scoprire che Cielo.tv trasmette le puntate in differita. Di conseguenza, ho assistito alle vittorie di Nathalie e Francesca Michielin, seguendo tutta la loro storia e i loro percorsi. Ho guardato, con le mani nei capelli, un Elio che non mi aspettavo esistesse. Ho riso alle assurdità di Anna Tatangelo e alle stranezze di Arisa. E, per quanto non sia una fan sfegatata, ho seguito, in linea di massima, la quarta e la quinta edizione nella loro interezza.

Bastano veramente poche puntate per rendersi conto del tunnel che X-Factor sta creando e i pochi efficaci segreti su cui si regge il suo successo. Le lezioni di Linguaggi Non Verbali (il fantastico LNVMM) mi hanno lasciato una visione critica, ma basta semplicemente pensare un pochino per rendersi conto della ricetta perfetta:

  • il programma ha una vera e propria trama, con delle aspettative: e che cavolo, se non ha una trama movimentata X-Factor! Tra i litigi fra i giudici, le volgarità della Maionchi, le gare fra i concorrenti ed i rapporti fra di loro si entra in un’ottica da telefilm. Ce n’è per tutti i gusti: nei momenti di morta, eccoci un bel litigio o un risvolto di scena inaspettato, ed è subito fatta. In radio ci insegnano che l’attenzione dello spettatore dura un tempo ben preciso, dopodichè bisogna richiamarla con qualche stratagemma: noi utilizziamo il suono di un jingle, X-Factor una scenata di Simona Ventura.
  • si creano dei beniamini: eddai, diciamocelo. Chi guarda X-Factor, lo fa per il suo concorrente preferito: le prime due o tre puntate servono affinchè lo spettatore scelga fra la rosa di nomi in gara. Lasciando stare il televoto, ipotetico meccanismo da reality show, che pronostica e decide senza mai mostrare dati realistici, il programma va avanti grazie a due o tre carismatiche personalità, che attirano l’attenzione del pubblico fino alla finale.
  • musicalmente, ce n’è per tutti i gusti: e questa può essere una buona caratteristica. Devo dire che X-Factor mi ha fatto scoprire qualche brano ed autore che non conoscevo, e non sto ovviamente parlando di musica commerciale. Ho introdotto così nel mio iPod gli Area, gli Everything but the Girl, Jamiroquai. La rosa della musica che viene portata in scena varia da Madonna a Biagio Antonacci a qualcosa di particolare e sconosciuto che colpisce la mia attenzione: ogni spettatore può così essere soddisfatto da un pezzo che gli sta a cuore.
  • ognuno di noi si sente un giudice: ma nessuno pensa mai a come massacriamo quei poveri cristi dopo che si sono esibiti sul palco, magari con fatica e duro allenamento? «No, no, cioè, questo non sa cantare, senti come stecca»: e lo dici tu, che ovviamente sei un esimio musicista e capisci cosa vuol dire? «Questa canzone è una scelta del cavolo, non gli si addice per niente», disse il produttore discografico, bellamente steso sul divano. La verità è che godiamo intrinsecamente nel sentirci dall’altra parte della cattedra: tutti sono critici musicali, tutti sono pronti a puntare il dito, ed accanto a noi ci sono i vip della musica italiana. Che tristezza.
  • il successo è lì, a portata di mano: per riprendere una frase già stra-citata di Andy Warhol, «Ognuno nel futuro sarà famoso per cinque minuti». I concorrenti non si rendono nemmeno conto che sono lì per essere messi alla berlina e non per la sua riuscita personale: e l’alto numero di gente ai provini ne è una dimostrazione. Viviamo in un’epoca dove tutti sono geni, tutti sono artisti, tutti sanno fare tutto: e paradossalmente, non ci si rende conto che su questa strada sarà ancora più difficile distinguersi? Il successo tanto agognato è poi passeggero e fittizio: chi li sente più, ora, i vincitori delle prime edizioni? A parte qualche eccezione, i cantanti di X-Factor sono rimasti nomi di nicchia.
  • il pubblico è il mezzo, non il destinatario: come troppo spesso nella televisione, il destinatario sono le grandi aziende pubblicitarie, che vengono invogliate ad investire nella trasmissione. Noi, pubblico, siamo solo dei piccoli numeri che indicano a questi manager dove e quanto investire. Ci illudiamo, quindi, che ci sia un messaggio di intrattenimento rivolto a noi stessi: falsissimo.


Un programma, di conseguenza, che è un enorme specchietto per le allodole, dove tutti restiamo presi. La soluzione è ovvia: bisognerebbe non guardarlo. E’ molto brutto, tuttavia, dover ammettere che nonostante tutti i ragionamenti lucidi compiuti finora, non sia così facile. Ed è brutto anche sapere che un programma ben congegnato possa diventare l’emblema della società di oggi. A dirla tutta, dovremmo riuscire, per una volta, ad essere noi a dire “per me è no!” e a mandare a quel paese tutti, dai giudici ai produttori che ci propinano ovvietà e guadagnano sul nostro tempo.

Di accenti, teatro e grammar-nazi

Tutto questo nasce dal ricordo di una delle più grandi figure di merda degli ultimi tempi. Chiunque mi conosca sa che, purtroppo, non sono nuova a questi simpatici scivoloni, ma, come direbbe Maccio Capatonda, “è ora di basta”.

Tutto è successo a giugno, quando sono andata al Teatro Filippini di Verona per vedere uno spettacolo teatrale. Il titolo, “Gigi Bugia”, era quantomeno emblematico per il protagonista. Ora, non so quali siano stati i percorsi mentali che mi hanno portato ad interpretare il cognome del personaggio come Bùgia e a dichiararlo candidamente ad un amico che, come me, era in coda per i biglietti. L’ovvia risposta: «Guarda, credo che sia Gigi Bugìa». Volevo che la terra mi inghiottisse.
Chiunque mi conosca sa che sono stata educata da un vero e proprio Hitler della grammatica italiana (mia madre). Ho sempre avuto, però, un’avversione per gli accenti: non sbaglio nella scrittura, ma vi sono certe parole che, come si suol dire, mi entrano da un orecchio e mi escono dall’altro, lasciandomi un perenne dubbio sulla corretta pronuncia.

A ventun anni suonati, quando ormai studio ingegneria e non sono più al liceo classico, quando mi destreggio fra i numeri e non traduco più versioni su versioni di greco (in cui gli accenti sono fondamentali)… Dopo questa figuraccia, ho deciso di sistemare la lacuna: su questo interessante sito dell’Accademia della Crusca ho potuto trovare alcune indicazioni. Lo sapevate, ad esempio, che si dice amàca e non àmaca? Che si dice cucùlo e non cùculo? Che la pronuncia corretta sarebbe Islàm e non Islam? La fisionomia della parola cambia completamente, come quando qualcuno ha un nuovo taglio di capelli, oppure ci accorgiamo improvvisamente che i suoi occhi sono verdi, e no, non l’avevamo mai notato, o ancora come quando qualcuno ci stupisce con un’affermazione che mai ci saremmo aspettati da lui.

Altra questione: i grammar-nazi, con cui ho a che fare sempre più spesso, e ovviamente non mi riferisco al mio amico. Ossia quella categoria di persone che correggono ogni singolo errore e sottolineano ogni sbavatura. Intendiamoci: io odio gli errori grammaticali, che non si possono vedere, soprattutto quando passano in tv oppure sui giornali. Odio i refusi di stampa e le parole straniere scritte in modo sbagliato.
Però anche l’essere grammar-nazi è esagerato, e l’interagire con loro mi è sempre più fastidioso. Ok, bravo, io ho sbagliato a scrivere, tu sai qual è la cosa giusta e mi correggi. Che te ne viene?  Ci godi così tanto a porre enfasi sul mio errore?
Quindi, linguisti sì, fanatici no. E staremo tutti meglio!

Inventare la leggerezza

E in questo tempo di ripensamenti, ci riprovo!
C’è bisogno di qualcosa di nuovo. Ultimamente, causa prove giornalistiche, ho scritto solamente pezzi seriosi e/o impegnati, talvolta depressivi. Invece, soprattutto in questo cupo periodo, ci vuole un po’ di sano spirito hippy, un po’ di luce e di colori tenui, un po’ di leggerezza, insomma.

Cos’è cambiato? Sono io e non sono più io. I giorni trascorrono, pieni come al solito… ci sarà abbondantemente modo di raccontare la mia vita di wannabe-musicista-speaker-giornalista-fotografa e (ahimè) ingegnere. Al momento attendo con ansia di entrare nella nuova casetta patavina, di cui poi vi racconterò le prime impressioni. Cucino dolci con sempre maggior successo (mi sono riscoperta pasticciera, le mie torte lievitano come tanti palloncini). Sto diventando un’appassionata cinefila: sono appena tornata dal Festival del Cinema di Venezia, dove tra filmoni coreani e pacchi da due ore e mezza ho riesumato le lezioni maffeiane di Olinto Brugnoli. Diciannove film in cinque giorni non mi hanno fermata: la cosa più bella è che più film si guardano, più pellicole ci sono da vedere. Ho vissuto avventure e disavventure della vita da fuori sede. Dopo un anno di pausa, in cui ho visto solo numeri, ho ricominciato a coltivare quella che fra tutte le mie passioni è forse la più grande. E forse ho fatto la pace con me stessa per aver scelto una strada trasversale.

Questo blog sarà molto diverso dai precedenti. E il titolo, “A day in the life”, ne può già costituire una chiave. Voglio che questo sito sia una vera e propria chiacchierata, una tranquilla conversazione su ciò che, di giorno in giorno, mi colpisce e mi incuriosisce. E’ arrivato il momento di accantonare i drammoni esistenziali, se no non ne esco più. Ci riuscirò?
Ora vedremo. Start!