L’Erasmus ai tempi di WhatsApp

Il cellulare vibra prepotente sulla mia scrivania. Mi chiedono cosa si fa stasera, se c’è qualche programma, o se si può vedere la nuova puntata di Game of Thrones tutti assieme. Maledetti gruppi WhatsApp, ormai ce ne è uno che ha in sè più di sessanta persone: tutti sono stati ovviamente impietosamente silenziati.

nasci-cresci-entri-in-un-gruppo-su-whatsappCon tutte le potenzialità dei nuovi smartphone, è così semplice rimanere in contatto. Mia madre mi può scrivere in ogni momento e gratuitamente. Se ci vogliamo vedere possiamo usare Skype. Lo stesso vale per le mie amiche, in questo momento in Erasmus come me: quando il fuso orario lo permette, l’asse Germania-Olanda-Portogallo-Italia è immediatamente fattibile. Basta un messaggio sull’ormai onnipresente chat ed è fatta; l’unica difficoltà consiste nel trovare a livello pratico un po’ di tempo per accendere il computer e raccontare le proprie mirabolanti avventure a una persona dalla propria vecchia vita. Ma le cose sono profondamente cambiate anche qui: ora tutti gli Erasmus, circa sessanta persone, fanno parte di un grande gruppo WhatsApp, dove si parla e ci si accorda per le peggiori serate. Nessuno mai pensa a come doveva essere l’Erasmus solo un paio d’anni fa, quando il fumetto verde non imperava sui nostri cellulari (anzi, qualcuno di noi nemmeno ce l’aveva, un cellulare che si poteva connettere ad Internet).

Inutile raccontarcela: WhatsApp ci ha reso la vita nettamente più facile. Siamo tutti immediatamente raggiungibili, in ogni momento, ed anche nel periodo in cui ci ripromettevamo di “sparire” e di prenderci una pausa dalla nostra vecchia vita possiamo essere rintracciati con solo due colpi di dita sullo schermo dello smartphone. Allo stesso modo, tutti i rapporti che nascono in Erasmus sono diventati molto più veloci: in pochi secondi si organizzano gite e viaggi. Tutto va molto più velocemente, ma talvolta la comodità può sostituire lo spirito di avventura.

urlPersonalmente, sono una fan dei mezzi di comunicazione veloce e moderna. Oggi rintracciare una persona grazie ai social network è molto più facile: è vero, e ben venga. Se dalla tecnologia possiamo avere qualche aiuto per non lasciare completamente andare amici ed occasioni, lo spirito di avventura e di conquista può anche andare a quel paese. E’ strano, tuttavia, pensare a come sarebbe stato il mio Erasmus senza un WhatsApp pronto a sostenermi nell’organizzazione di un viaggio o di una serata.
Sicuramente, non sarebbe stato possibile ritrovarci in cinquanta persone durante le peggiori serate. Le note vocali che scambio con le persone per me più importanti sarebbero magari sostituite da telefonate, ma non arriverebbero con altrettanta frequenza. Magari non avrei fatto tutto questo esercizio nello scrivere in inglese o in tedesco (non che esprima questi grandi concetti al telefono, but still…). Avrei perso delle buone mezz’ore a fissare la mappa della VVS nel tentativo di capire la direzione della mia metro e a che fermata devo scendere (in questo caso perdo delle mezz’ore a cercare di far funzionare l’app, ma tant’è).

Ancora mi chiedo quanto velocemente è cambiato il mondo negli ultimi anni. I francobolli e la carta da lettere hanno lasciato il posto alla connessione Internet e ai selfie prontamente diffusi fra tutto il gruppo di amici. E mi rendo ancora una volta conto di tutto quello che oggi, qui, è diverso. A come il progresso, silenziosamente, si infili sotto la nostra pelle e vada a modificare ancora una volta esperienze ed emozioni.

Colonna sonora: Emerge (Fischerspooner)

Perchè ho sedici anni

1499455_10206249409383531_8851507628672630049_nAvevo in mente tutt’altro post (su come è cambiato il modo di vivere l’Erasmus ora che tutti noi abbiamo la tecnologia in tasca), ma non ci posso fare niente, mi è uscito così.
Stoccarda è ormai diventata casa. Sono qui da un mese esatto, e una volta che si è stati trascinati nel turbine della vita in Erasmus si fatica ad uscirne. E come si vive qui è qualcosa di pazzesco. Ho talmente tanto da fare, durante la giornata, che casa non mi manca. Semplicemente, ho talmente tanti pensieri in testa che non ho tempo per avere nostalgia.

Stasera quelli che ormai considero i miei “vecchi amici” (tutte persone che ho conosciuto meno di un mese fa) mi hanno raggiunto nell’appartamento che sto imparando a conoscere. La mia camera è sempre più mia, pian piano le cose escono dalle valigie e trovano naturalmente il posto giusto. Ogni pomeriggio ho sei ore di lezione. Parlo molto inglese, un po’ meno tedesco, ma in ogni caso miglioro di giorno in giorno. Ho scoperto di avere un terribile accento italiano, e la vera sfida di questi sei mesi sarà perderlo. Le serate si susseguono fra mille avventure e i momenti in cui ci si ferma sono davvero pochi. Dopo le prime settimane, talmente ricche da sembrare anni, ora i giorni stanno volando.

Francesca e Valeria siedono accanto a me. E’ stupefacente come l’Erasmus porti ad approfondire i rapporti in così poco tempo. Ieri sera io e Francesca abbiamo fatto le sette di mattina, con una serata talmente assurda che fa ridere solo a ripensarci. Una serata iniziata con una metro sospesa e terminata, per chiudere il circolo, con un autobus che per farmi tornare a Stoccarda mi ha fatto fare il giro di tutto il Baden-Württemberg. Una serata strana, in cui abbiamo visto l’alba, piena di avventure. Perchè sì, le avventure sono quello che sto vivendo qui.

«Italian girls are the party girls», dice qualcuno. «Even if you are 23 and you should be responsible people».
«We are back to our 16 years», risponde Francesca con un sorriso.
«No. Here I am doing something new. When I was 16, I had crazy evenings, but never as crazy as these» preciso io.
Tutti mi guardano. Sì, è proprio quello che penso e che sento.
Dopo anni in cui pantofole e televisione riuscivano a dominare una serata, da me è emersa un’energia tutta nuova. L’energia di dormire poche ore a notte ed essere pronti a balzare dal letto la mattina dopo. L’energia di organizzare un viaggio, di imparare una lingua nuova, di mettersi in gioco ancora. L’energia di far emergere, dopo tutte le delusioni e le scornate, la parte più intima di sè. L’energia di stare finalmente bene, di sapere cosa ci si può aspettare. L’energia di mantenere i piedi ben saldi per terra.
Ed è questo posto, la Germania, che è riuscito finalmente a fare uscire una parte di me che sapevo che c’era, ma non capivo come fare a raggiungere.
Assaporo la bellezza di non lottare più contro me stessa. Respiro il profumo dell’aria della notte. Mi godo la lucidità che deriva dalla profonda consapevolezza della propria indipendenza.

Mi giro verso Hugo ridendo… e lui mi spiazza.
«Chiara, you just needed freedom. And now that you have it, you are flying so high».

Colonna sonoraGiudizi universali (Samuele Bersani)

Donne, du du du

Sulla Giornata della Donna se ne sono già dette tante. In questi giorni, i blogger si sono scatenati e hanno detto la loro opinione (a tal proposito, qui potete leggere un ottimo post della mia amica Elisa). Oggi i social network e WhatsApp pullulano di fiori, mimose e dediche: ognuno manda un pensiero alle donne importanti della propria vita.
Ci sono tante cose da dire, eppure si rischia di cadere sempre nelle stesse banalità. Ecco che quindi ho deciso anche io di condividere qualche pensiero che ho fatto oggi, ascoltando Hozier, mentre camminavo per lo Schlossgarten nell’ora del tramonto.

A dire la verità, nemmeno mi ricordavo che oggi era l’8 marzo. Stamattina ho dormito fino a tardi, ieri sono tornata a casa che già albeggiava. Ho deciso di festeggiare la Giornata della Donna prendendomi cura di me stessa, in tutti i modi possibili. Ho sentito qualche amico su Skype, ho fatto una corsa nel parco seguita da una lunga doccia rilassante, ho respirato l’aria fresca ma non ancora primaverile concedendomi di sentirmi in pace con il mondo. Mentre correvo, ho lentamente preso coscienza di tutte le parti del mio corpo, mani, piedi, braccia, e del modo in cui le muovevo. Mi sono concessa di essere naturalmente me stessa.

Non sono una fan dei vittimismi. Non penso che si debbano giustificare tutti gli insuccessi appellandosi alla mancata parità di genere. Così come credo che il valore si una persona si misuri indipendentemente dal sesso. Però qualcosa da dire sulla “questione femminile” ce l’ho anche io.
La cosa più difficile, per una donna, è stare bene con se stessa. Amarsi. Accettare dolcemente le proprie imperfezioni.
Perchè sia così difficile, questo non lo so. Sta di fatto che, una volta che si è imparato a volersi bene, improvvisamente ci si rende conto di quanto tempo si è passato a cercare di cambiare la propria natura.
Pian piano, io sto imparando ad amarmi. E’ stato un processo lungo, doloroso, iniziato nel trauma e non ancora concluso. Però non mi era mai capitato, in ventitrè anni di vita, di provare la sensazione di sapere quanto si vale e di conoscere i propri limiti. E mi sono chiesta perchè, che cosa avesse potuto ottenebrare la mia lucidità e darmi un’idea così poco verosimile di me stessa.
Credo che la chiave di tutto sia nell’autostima. Noi donne siamo abituate a costruire la nostra autostima sulla base del giudizio degli altri, sulla base di ciò che accade al di fuori. Costruiamo la percezione che abbiamo di noi stesse sulla base degli sguardi degli uomini, di come l’altro sesso si approccia con noi, ma anche semplicemente sui numeri di una bilancia che ci indica che abbiamo tre chili di troppo. Andiamo in palestra e facciamo sport ossessivamente, ma sempre per piacere agli altri, mai per concederci un’ora in cui ci prendiamo cura di noi stesse. Su di noi pendono un sacco di aspettative: sapersi prendere cura di una casa, fare mille cose contemporaneamente, avere una relazione, e in tutto questo anche essere belle. Il tempo per noi è tiranno, anche se è qualcosa di cui ci siamo già rese tutte conto. Se un uomo ha un po’ più di tempo per costruirsi la propria vita, noi donne abbiamo quasi un obbligo morale di avere posto le fondamenta della nostra esistenza entro i trent’anni. Perchè dopo viene la famiglia, vengono gli “anta”, vengono i primi capelli bianchi. E per quel momento dobbiamo avere già deciso tutte le nostre esperienze e la direzione fondamentale della propria vita. Come se, in un mondo che ci offre mille possibilità, fosse così semplice fare la scelta giusta.
Ma noi donne abbiamo anche una capacità di amare da non sottovalutare: da sempre infatti siamo le depositarie dei sentimenti. E’ proprio un uomo, J.M. Coetzee, a scrivere: «E’ sorprendente come le donne sappiano perdonare», mentre è ancora un uomo, Fabrizio de Andrè, a lanciare la provocazione: «Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai?».
Eppure non ci rendiamo conto di questo potere. Ci lasciamo tiranneggiare, trattare male e sopraffare dall’emotività. Quando invece la forza per mantenere i piedi saldi sul terreno ce l’abbiamo. Siamo obbligate a ostentare e falsificare la nostra sensualità, quando essa sta nell’animo di tutte le donne e basta non forzarla, ma assecondarla, per farla uscire e scoprirla. Eppure dubitiamo continuamente di noi stesse.

Per cui quello che vorrei dire alle donne che mi stanno leggendo è questo. Non sottovalutatevi, vogliatevi bene. Concedetevi un po’ di tempo per pensare solo a voi. Non costruite la vostra autostima su ciò che sta intorno a voi; la vera autostima viene dall’autocoscienza. Non misurate il vostro valore sulla vostra situazione sentimentale o su quante persone riuscite ad attrarre. Non pensate di non avere un lato dolce, un lato sensuale, un piccolo bocciolo pronto a sbocciare. Perchè c’è, è lì che attende di essere scoperto, ma non può essere un’altra persona a scoprirlo per voi. Cercatelo, prendetevi un po’ di tempo per trovarlo, e quando lo avrete scoperto coltivatelo, innaffiatelo, proteggetelo e fatelo crescere con i cambiamenti della vita. Cercate di mantenere il cuore puro e pronto ad aprirsi, nonostante le mille scornate e la sfiducia dovuta alle delusioni. E quando avrete preso coscienza della vostra vera essenza, solo allora, potrete esplodere in tutto il vostro splendore, perchè non ci sarà più niente che potrà inibirvi o fermarvi.

Colonna sonora: Lagrimas de oro (Manu Chao)

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A sunny welcome

Su Stoccarda, di cose me ne avevano dette tante. Non c’è niente da vedere. E’ piccolina, nulla in confronto alle grandi città della Germania. Ci sono solo banche. Il Baden Wurttemberg è una delle regioni più ricche, quindi costerà tutto tantissimo. Ci sono moltissimi studenti Erasmus, quindi ti diverti lo stesso. Nei weekend però devi girare le altre città vicine. Ma con il tedesco come sei messa?

Sono arrivata in un piovoso pomeriggio di fine febbraio, dopo un avventuroso viaggio in macchina con i miei genitori. Il tempo era dei peggiori: freddo, con un sottile velo d’acqua che cade dal cielo e continua per tutto il pomeriggio, grigio, nebbioso. Neckarstrasse non è il panorama migliore della città. Tuttavia mi hanno subito colpito i tetti delle case, incredibilmente rossi e spioventi, come quelli che ho visto in Repubblica Ceca due anni fa.

E’ vero che in confronto alle grandi capitali tedesche Stoccarda non è così grande. Berlino conta sei volte più abitanti. Però per me una città con seicentomila abitanti è enorme. Finora ho vissuto solo fra Verona e Padova, che saranno un terzo di queste città. Sono abituata a spostarmi in bicicletta e in macchina, a non usare molto i mezzi pubblici, ad avere tutto relativamente a portata di mano. Ma se è vero che bastano due o tre giorni per vedere tutte le maggiori attrazioni di Stoccarda, la sua grandezza mi ha stupito. Mi aspettavo una cittadina grigia e piena di industrie, senza notevoli punti di interesse. C’era il sole, il giorno dopo. Quello che mi si è presentato davanti agli occhi, quando ho fatto la mia prima passeggiata per il centro, è stato questo:

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Schlossplatz è la piazza principale della città. Lì si trova il castello dei duchi di Wurttemberg, oggi occupato da uffici ministeriali e ovviamente non accessibile al pubblico. Il parco mi ha lasciato a bocca aperta. In Italia è impensabile avere un parco come questo nel pieno centro della città. D’estate la piazza è piena di giovani che si siedono sull’erba, ascoltano le loro canzoni preferite, bevono una birra, fumano una sigaretta e si raccontano qualcosa delle proprie vite. Sotto il cielo stellato, in pieno centro.
Ho girato intorno allo Schloss, e mi si è aperto davanti un grandissimo parco. Il sole tramontava all’orizzonte, illuminando l’edificio di una luce particolare. Mi sono sentita bene.

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Un altro punto notevole della città è Marktplatz, ossia la piazza del mercato, che spero di visitare meglio nei prossimi giorni. Una vecchietta, notando che guardavo la mia inseparabile cartina, mi ha chiesto se avessi bisogno d’aiuto. Un venditore dell’est europeo ha cercato di vendermi un mazzo di tulipani. Tutti gli altri gridavano i prezzi di frutta e verdura, cercando di attirare i clienti verso l’angebot del giorno. In Marktplatz si trova anche la casa della musica. Il guardiano, appena ha notato il mio naso schiacciato sulla vetrina, mi ha invitato ad entrare, specificando che dentro ci sono molti pianoforti. Mi sono chiesta se potrò suonarne qualcuno. Ho comprato un bratwurst che ho fatto fatica a finire.

C’è poi la mia nuova casa. Ho conosciuto i miei coinquilini, Damla e Joel: lei turca, lui tedesco. Ho sperimentato per la prima volta la quiete di una camera singola. Abituata com’ero, a Padova, a condividere tutto con le mie coinquiline, è stato strano per me vedere che la vita della casa si svolge prevalentemente negli spazi personali. Ci si incontra a pranzo o a cena, all’ora del tè, più raramente a colazione. Joel parla solo tedesco, cosa che dovrei fare anche io. Damla mi ha accolto con un sorriso luminoso e un caffè turco. Il nostro appartamento sarà ribattezzato Kaffee Wohnung, dato che da brava italiana mi sono portata la moka e qualche pacco di caffè Lavazza. Ho imparato a usare il bollitore per fare il tè, ma la Kaffeemaschine per fare il caffè tedesco, lungo e da bere con un po’ di latte, rimane ancora un mistero.
Ho guardato la via fuori dalla finestra, ho esplorato le lavanderie al piano seminterrato (come quelle di Big Bang Theory) e ho ascoltato il profondo silenzio che si può trovare anche nel bel mezzo di una grande città.

Colonna sonoraDeija – Mannarino

Chiudere la valigia

Quando si organizza un viaggio, il momento della valigia è sempre il più difficoltoso.
Come si decide cosa portare con sè? E cosa si deve fare quando il viaggio che si prospetta è particolarmente lungo? Voglio dire, tutti noi abbiamo fatto la valigia per un giretto di due o tre giorni, ma stare via per sei mesi è un’altra storia.
Ma forse non mi sto ponendo la domanda giusta. Fosse per me, ovviamente, mi porterei dietro tutta la casa. Ma dato che non posso, cos’è che invece posso lasciare a casa?

Di certo mi occorrono vestiti pesanti e leggeri. Al momento, nel posto in cui sto andando fa molto freddo e nevica, ma la bella stagione sicuramente non tarderà. Un po’ di libri, giusto per non dimenticare l’italiano. Il mio ormai inseparabile laptop. E la lampada che a Padova stava sulla mia scrivania, mi servirà? La scatola di penne nuove che ho comprato la settimana scorsa, dall’alto del mio amore per la cancelleria (e della sindrome di accumulo che si manifesta solo quando devo comprare quaderni e post it)? Quale dei tre calendari che mi sono arrivati per Natale mi devo portare via? Dai, e la cornice con le foto che le mie coinquiline mi hanno regalato al compleanno? Non posso certo lasciarla qui!
Queste sono tutte le domande che dovrei farmi e che invece non mi sto ancora facendo. Tra dieci giorni parto e mi sembra ancora un’eternità. Anche se già mi posso vedere a saltellare sulla valigia che non si vuole chiudere e a trascinarla rovinosamente giù per le scale.

fare-la-valigia
Quando si parte per un viaggio, bisogna sempre selezionare accuratamente cosa portare con sè, e non mi riferisco solo agli oggetti. Quanto, della nostra vecchia vita, conviene che ci portiamo dietro? Quante esperienze, pregiudizi, sentimenti dobbiamo avere con noi per affrontare le nuove avventure? E quali invece è meglio dimenticare?
A questo, stranamente, la risposta credo di averla.
Porto con me tante riflessioni, la musica che mi ha sempre accompagnato e quel poco di tedesco che so. Porto una determinazione tutta nuova e la voglia di vivere nuove avventure. Porto con me la fiducia nel futuro, una delle poche cose in cui nonostante tutto credo ancora: qualcuno una volta mi ha detto: «The best is yet to come», e mai come oggi ho voglia di credere in queste parole.
Lascio a casa la paura e la timidezza; a ventitrè anni non è più il caso di averne. Lascio qui un cumulo di ricordi ormai insensati. Ho già detto addio alla persona che ero. E sì, mi dovrò decidere anche a fare a meno di alcuni oggetti che mi hanno accompagnato in tutti i viaggi che ho fatto finora e che rappresentano i miei legami. Saranno sostituiti da qualcosa di nuovo. Per una volta, mi concedo di non farmi la promessa di un ritorno. So bene che il mio viaggio finirà e che per un periodo sarò di nuovo qui, ma quando avverrà sarò diversa.
Anche oggi sono diversa. Sono più grande, sono più forte. E credo che sia arrivato il momento di vivere le avventure, le sensazioni e le emozioni che mi sono sempre solo immaginata.

Per i cari, vecchi lettori: sì, a distanza di due anni questo blog ritorna. Proprio questo, non uno nuovo. Ho deciso di tornare a scrivere in questo spazio perchè adesso mi rappresenta di nuovo. Forse sarà la volta buona. Ho in cantiere un bel progetto con altri blogger, e mi sono ricordata tante cose che avevo dimenticato. Di scrivere, beh, semplicemente non ho mai smesso.
A chi vorrà cominciare a leggermi adesso, invece, mando un tacito “grazie”. E perdonatemi i palloncini un po’ troppo Wes Anderson, il verde e il font piccolo, un po’ impegnativo da leggere. Ma in fondo, anche questa sono io, no?

Colonna sonora: La collina dei ciliegi (Lucio Battisti)

Gioia e rivoluzione: Philippe Daverio a Padova

PhilippeDaverio1A propormi di andare all’incontro con Philippe Daverio è la stata la redazione di RadioBue, una delle più importanti esperienze giornalistiche che sto vivendo nell’ultimo periodo. Alcuni accrediti stampa sono stati messi a disposizione per partecipare al Vintage Festival di Padova: io mi sono immediatamente dichiarata interessata a Satyricon Postmoderno, il workshop tenuto proprio da Daverio. Un po’ per il nome (adoro Petronio, lo trovo un autore fenomenale e brillante), e un po’ per lui. Sarò sincera: lo conoscevo molto poco. Non ho mai guardato Passepartout, nè tantomeno Emporio Daverio, dato il mio difficile rapporto con la televisione (che mi spinge ad accenderla solo per guardare cavolate in momenti di estrema difficoltà).Di sicuro, però, c’era qualcosa in lui che mi colpiva, ed avevo voglia di approfondire.

Arrivo al Vintage Festival, al Centro Culturale San Gaetano di via Altinate, praticamente correndo sotto una pioggerellina leggera, con la bici di Irene, dopo un’ora e mezza di buona lettura in treno.  Mi colpisce immediatamente la quantità di gente presente: Padova, che la domenica si spopola completamente, si trova misteriosamente ad essere piena di gente. Mi faccio strada tra la folla: borbotto «Avrei l’accr…» alla security all’ingresso, ma prima di finire la frase sono già entrata. E lì la notizia: Daverio tiene il suo workshop in una saletta interrata. Mi trovo immediatamente assiepata in una folla di gente incavolata e comprensibilmente stanca: quando mi accodo a delle altre giornaliste per passare, saltando tutta la coda, sento su di me gli sguardi della gente come se volessero linciarmi.

Tutto sommato, arrivo in sala illesa. Mi accomodo nell’ultimo posto in prima fila rimasto e attendo. Provo a twittare qualcosa, da brava nerd, ma il telefono è morto e il wifi non prende. Ed ecco la notizia: «Il professor Daverio sta arrivando, si è fermato a fotografare la gente per strada. Ha intenzione di fare una mostra».
E finalmente arriva: «Scusate, ma certi personaggi meriterebbero una visibilità pubblica».

Ironico, profondo e sottilmente geniale: segue una delle più interessanti conferenze che abbia mai seguito. Non ho perso una singola parola: mi sono letteralmente bevuta tutti i concetti che uscivano dalla sua bocca. Si parla di bellezza, di convenzioni sociali, di gusto: «Il buonsenso porta spesso alla perversione. E’ meglio il senso del buonsenso, è meglio il gusto del buongusto. Il bello e il brutto sono la risultanza di un accordo sociale, dove tutti i comportamenti sono standardizzati ed è tollerata solamente l’eccentricità codificata». In poche parole, Daverio ha condensato l’essenza del pensiero moderno. Si passa poi per la sua infanzia: «In casa mia si parlava solo alsaziano, oggi so le cinque lingue base dell’Europa ma ho fatto una gran fatica, da bambino, a imparare il francese». E ancora: «Le lingue sono come una canzone: bisogna imparare a cantarle».

Esco dalla sala piacevolmente arricchita, e la mia prima azione è andare alla Feltrinelli a cercare libri di Philippe Daverio. Nella mia eterna indecisione, ovviamente non compro nulla, ma la passeggiata mi serve a schiarire le idee. Una conferenza dove sono state dette tante verità, e dove è stata compiuta un’analisi dell’uomo moderno profonda e mai scontata. Una conferenza dove si è parlato di arte senza cadere nella modalità accademica, e che per il suo spirito ha saputo catturare tutti i presenti. Al liceo, una professoressa ci aveva chiesto: «Oggi, per voi, come si è trasformata l’immagine dell’intellettuale?». Philippe Daverio è l’immagine del moderno intellettuale: di una certa età, stravagante, con un legame profondo con il passato… ma ecco il segreto: un pensiero più giovane di tutti i giovani. «Voglio essere tolto di mezzo per rivoluzione… non per pensionamento».

Il rumore della musica quando è settembre

Potrei cominciare questo post in un milione di modi. Potrei banalmente sottolineare il fatto che non scrivo da un bel po’, quasi due mesi, e che ho lasciato passare l’estate quasi inosservata.
Potrei raccontarvi, da brava universitaria, di tutte le «non-estati» che animano gli studenti di tutte le facoltà. Delle mitiche due settimane di vacanza in cui la vita torna a sorridere, e del difficile studio nel mese di agosto.

Potrei parlarvi dei luoghi che ho visto e di quelli in cui sono tornata. Potrei parlarvi di Urbino, dove ho stranamente dimenticato la macchina fotografica e dove si può dire che abbia veramente staccato la spina da un anno a questa parte. Potrei raccontarvi delle stradine a gradoni sempre in salita, della bianca spiaggia di Numana, dei piattoni di passatelli a Gallo di Petriano, delle conoscenze vecchie e nuove, della città spopolata dopo la partenza degli studenti, di San Marino, dei marchigiani «puliti» e dei marchigiani «zozzi». Potrei parlarvi del fatto che trovo divertentissimi i video in cui uno svedese metallaro cucina con una rabbia rara (aka Regular Ordinary Swedish MealTime), delle riflessioni sui problemi alimentari e dei giochi di prestidigitazione (faccio fatica anche a scriverlo, figuriamoci a dirlo).

Potrei raccontarvi del mio viaggio a Capo Palinuro, dove dodici ore di viaggio non mi hanno spaventato e non mi hanno trattenuto dall’apprezzare le bellezze della Campania. Potrei dirvi di una pianta di basilico chiamata Enea, delle grotte nascoste nelle rocce, delle fughe dal residence e di un festival sperduto nel nulla che mi ha ricordato tanto i Buskers, dove non torno da anni. Potrei raccontarvi di come sia dolce che le mie amiche abbiano regalato, a me che sono sempre a dieta ma che non sono mai a dieta, un pigiama con torte e pasticcini. Potrei parlarvi dell’onda che mi ha travolto, del gusto della frittura di pesce dopo una giornata al sole, di quattro persone che studiano quasi agli antipodi dell’Italia ma che sanno sempre come ritrovarsi. 

E avrei tanto da dire anche di Verona, dove non passavo più di tre giorni da un bel po’. Ma non solo, potrei anche parlarvi di tutti i film che ho visto quest’estate, di La grande bellezza, che mio malgrado mi è rimasto impresso. Oppure della toccata e fuga nei luoghi della mia infanzia (prima al lago di Garda, poi in val di Sole), dove sospetto di aver lasciato un bel pezzo di me e da cui non riesco a stare lontana troppo a lungo. Del fatto che ho ripreso ad ascoltare tantissima musica e che fra un po’ il mio iPod soccomberà e dichiarerà forfait. Oppure del mio nebuloso futuro, di quello che dovrò decidere di fare nei prossimi anni, dei mille interrogativi che ogni tanto mi assillano e delle cose fondamentali che mi riportano ancora qui.

In realtà non ho scritto questo post per fare nulla di tutto ciò. Ho scritto perchè alla fine la penna è ancora il mio palliativo principale, e sono stata un po’ felice e un po’ triste di scoprirlo. Quello di cui avrei voluto parlare qui è ancora una volta dei tempi andati, delle vecchie amicizie, di rapporti che non esistono più ma che sono stati, e dei diari che non ho più scritto. Quello che avrei voluto dire è che sono ancora qui, e che sto aspettando una svolta che deve ancora arrivare e che mi servirà per sconfiggere la nostalgia.
In realtà non scriverò un post di questo tipo, perchè aggrapparsi a ricordi alla deriva è dolce ma non è sano. In realtà continuo ad avere bisogno di leggerezza. Ed in realtà credo di aver voglia di scrivere un po’ più spesso, e di ritagliarmi un po’ di tempo, ogni tanto, per raccontare di me, dato che a parole lo trovo così difficoltoso. Ora ti vedo di nuovo: bentornata.

Le Tre: Le grandi delusioni (ovvero oggi siamo di buonumore)

Mai avere aspettative… mi diceva un mio amico, tanto tempo fa. Scusate la lunga assenza, è dovuta ad esami e troppi, troppi impegni. Ritorno con una classifica.
Una classifica? Sì, una classifica.n Un podio. Un post a punti. Insomma, uno di quei pezzi che tanto vanno adesso. Ebbene, sarà un certo humor nero che mi accompagna durante la sessione di esami, ma questa è una classifica delle più grandi delusioni artistiche e informatiche dell’ultimo periodo. Ovvero, quando si va tutti convinti a vedere, a sentire, a cercare qualcosa di cui stanno parlando tutti, e da cui si torna profondamente delusi. Il che dimostra che le mode del momento non reggono granchè. Partiamo quindi con questa classifica-da-troppe-aspettative.

NUMERO 3«Paperman», Walt Disney
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Vedo già le vostre reazioni: «Ma come?? Tu che sei così amante dei cartoni animati, ed in particolare di questo genere di cartoni animati??». Ed infatti è stata una delusione lieve, è all’ultimo posto. Sì, è vero, amo profondamente i cartoni animati, ed in particolare quei cartoni un po’ nostalgici, romantici e teneri che hanno contraddistinto la Disney Pixar negli ultimi anni. Adoro Wall-E, mi piace un sacco Up, ho pianto come una fontana davanti a Toy Story 3, per capirci. E invece Paperman è stato un po’ una delusione, non mi ha colpito come credevo.
Paperman è uno short film, una storia d’amore impossibile: lui e lei alla stazione dei treni, come in un perfetto classicone romantico. Lei se ne va, lui la segue con lo sguardo e fa di tutto per ritrovarla. Quando la vede nel palazzo di fronte al suo, lui si mette a lanciare aeroplanini di carta nel tentativo di attirare la sua attenzione. E fin qui tutto bene, filmato tenero e romantico, baci-abbracci-lacrime. Nel momento in cui lui, sconfortato, lancia l’ultimo aeroplanino, questo vola improvvisamente a 10mila metri di quota per poi planare in un vicolo, dove si trovano tanti altri origami di carta. Questi, non si sa bene perchè e come, prendono vita e si mettono a cercare il loro padrone. Lui si trova davanti un muro di aeroplanini pronti ad infilzarlo, che pian piano lo riportano da lei, e con un lungo sguardo il filmato si chiude.
Ora… l’idea degli aeroplanini è buona, ma il vedere tutti questi pezzetti di carta che rincorrono un tizio toglie ogni tenerezza al finale del video, distrae lo spettatore, che si chiede perchè. Comunque, è vero anche che Paperman è stato sviluppato per mostrare una nuova tecnica di produzione dei cartoni animati, non tanto per la storia in sè. Quindi, ben venga il ritorno della Disney! Lo aspetto, anche se non ho apprezzato Paperman come tanta altra gente.

NUMERO 2: Florence + The Machine
1f5ded4616901e2192900bec017adc84Non guardatemi così. No, neanche tu che li ami tantissimo.
Non-ce-la-posso-fare. La voce di Florence è potentissima e particolare… ma non mi piace! Mi inquieta. Mi agita. Help! Sono andata a cercarli su YouTube con grandi aspettative, me ne avevano parlato tantissimo, ma non ce la posso fare.
E dal momento che siamo in periodo di Oscar e di Pizze di Legno (spam! Ascoltate La Pizza e l’Elzeviro, il nuovo programma radiofonico che conduco assieme ad Erika)… a Florence va il premio “troppo”. Sorry.  Dog Days are over.

NUMERO 1: Le promozioni della Tim
Ho avuto Tim prima che diventasse mainstream. 13 anni (eh sì, alla mia veneranda età il cellulare si riceveva per gli esami di terza media), un operatore diffuso in famiglia, un trauma infantile (mica tanto) nello scoprire che i messaggi gratis erano diretti solamente verso i Vodafone. Di conseguenza, dopo un paio d’anni di strenue resistenze e di partito preso, ho deciso di passare a Vodafone e di accodarmi al gregge.
Ora è l’assoluto contrario: ho ancora Vodafone e tutti stanno passando a Tim. A parte il fatto che a casa mi scannerebbero, perchè abbiamo tutta una serie di promozioni incrociate e se cambiassi operatore si scombinerebbero tutti i piani… avevo Tim, sono passata a Vodafone e ora pretendete che passi di nuovo a Tim? Vediamo se veramente ne vale la pena.
E no, sono arrivata alla conclusione che non ne vale la pena. Più o meno allo stesso prezzo, Tim offre alcuni minuti al mese di chiamate gratis, che sono compensati dai messaggi illimitati della Vodafone. Come potete leggere nella mia bio, odio stare al telefono. E quindi, che Vodafone sia, almeno per il momento. Insomma, visto l’entusiasmo mi aspettavo qualcosa di molto più eclatante.

Le Tre, aka “vediamo se i post a punti funzionano”.

Questo è il Due Zero Uno Tre

C’è uno status di Facebook, tra i miei amici, che è emblematico.
«Buon Anno un cazzo, ho mal di testa e ho dormito malissimo».
Ecco, credo che più o meno ci ritroviamo tutti in queste condizioni, dopo i bagordi di ieri sera! Anche se, nel mio caso, non si può parlare di veri e propri bagordi… è stato un 31 dicembre tranquillo e pacifico, dopo il solito snervamento per trovare qualcosadifigo da fare. Che poi, si è capito perchè si deve esattamente trovare qualcosa da fare? Altro luogo comune, i Capodanni migliori sono quelli da cui non ci si aspetta nulla, assolutamente nulla.

Che dire, il 2012 è stato un anno difficile, devo dire che ho trovato pochissime persone soddisfatte di come sono manif_lightbox_11andati questi dodici mesi. Sì, lo so, c’è una vocina nella mia testa che continua a ripetermi: «Sì, Chiara, però hai avuto periodi peggiori, e sinceramente non ti puoi lamentare». Come al solito, il mio Grillo Parlante interiore ha ragione. Il 2012 è stato un anno di progetti e sogni, insieme al 2011 si può considerare “l’anno del fare”. E tanti sogni e tanti progetti portano con sè sia grandi speranze, sia delusioni e preoccupazioni. Ci sono state situazioni di difficoltà, sono dimagrita di quattro chili (per poi riprenderli, temo, in queste feste di Natale), ho studiato e lavorato con pochissima pausa. Ho capito che vivere serenamente dipende sia da sè, sia dalle persone che si hanno intorno. E che ogni scrematura nei rapporti lascia sempre quegli amici più cari, che sono sempre lì, sempre intorno a te, a proteggerti. Non è detto che ci saranno sempre. Ma, fino a questo punto, ci sono stati per tanti anni.

Sì, ieri sera mi sono resa conto che conosco veramente delle persone meravigliose. Persone che sono sopravvissute agli imprevisti, alla forza dei pettegolezzi, alla lontananza. E mentre altre vacillano, loro sono tutti schierati e pronti ad intervenire. Persone con cui sono estremamente felice di passare il Capodanno e di salutare un nuovo inizio che arriva.
I Maya, oltre che di catastrofe, parlavano anche di una nuova era di pace e prosperità. E che arrivi!!

Ho già mandato sms a chi di dovere durante i brindisi capodanneschi. Volevo, con questo post, rinnovare a tutti voi che state leggendo i miei auguri di buon anno, di un 2013 luminoso e sereno. E vi auguro veramente, con tutto il cuore, che sia così. Che i sogni non si infrangano e che ci sia sempre un obiettivo, lontano ma non irraggiungibile, a spingerci. Che anche in questi tempi duri possa esserci spazio per seguire la propria strada.
Il mitico Paolo Fox mi dice: «Keep calm and carry on», per il nuovo anno. Speriamo. E’ l’augurio che rivolgo anche a me stessa.

Auguri di un 2013 meraviglioso, amici!